Brindisi, Mauro D'Attis: «Entro il 2030 ci sarà il nuovo stadio. Ora altri ingressi nella società»
Il Brindisi Football Club torna in serie D. Ma la società è già al lavoro per programmare nuovi successi. La prospettiva del nuovo stadio entro il 2030 solletica l’interesse imprenditoriale. Non solo locale. Il vicepresidente della commissione parlamentare Antimafia, Mauro D’Attis, è il padre nobile di questo progetto, avendo convinto lui i brindisini Giuseppe Roma e Damiano Pozzessere e il laziale Marco Dova a investire nel calcio brindisino e avendo spinto lui per il finanziamento da 37 milioni di euro del ministero degli Esteri (nell’ambito della misura sul «Turismo delle radici») per il nuovo impianto di gioco e la riqualificazione della cittadella sportiva in contrada Masseriola. Onorevole Mauro D’Attis, il direttore sportivo Emanuele Righi ha commentato sul suo profilo Facebook: «Siamo noi che ringraziamo lei perché senza il suo supporto, la sua visione, il suo amore per la città, sarebbe stato tutto molto complicato, direi impossibile». Una dedica inusuale, che certifica un suo ruolo che va oltre quello del tifoso d’eccezione. «Mi piace il calcio e tifo per il Brindisi in tutti gli sport. Nei miei vari ruoli mi sono dedicato più volte a provare a salvare lo sport brindisino, perché credo nella sua funzione sociale e di marketing. In questo caso ho cercato di mettere assieme imprenditori che conosco bene perché sono miei amici o che trovano interesse a realizzare qualcosa che li nobiliti. I tre soci si sono appassionati al mio racconto di far ripartire questa società e di farla giocare in un nuovo stadio, obiettivo prefissato già negli anni scorsi. Quella visione, adesso che il finanziamento per il nuovo impianto è stato accordato, è diventata un progetto, che fra tre anni verrà realizzato. Quando un imprenditore vede che una visione diventa progetto, inizia a crederci. Hanno visto che c’era un interesse della politica a sviluppare il territorio e hanno voluto rendersi protagonisti pure loro. Tornando alle parole di Righi, credo siano legate soprattutto al fatto che ha sentito il calore umano: in silenzio l’ho sostenuto nelle difficoltà». A proposito del ruolo che può svolgere la politica nel facilitare investimenti, anche nel calcio: lei faceva parte della giunta Mennitti quando il sindaco mise assieme una cordata di imprenditori locali per rilanciare il calcio dopo il fallimento. Cosa manca rispetto a quei tempi, dato che oggi si fa fatica anche solo a trovare uno sponsor sulla maglia? «A mio avviso un ruolo lo gioca la delusione accumulata negli anni, che demoralizza. Un po’ è ascrivibile anche al contesto economico mutato. Ma bisogna sottolineare pure che sono cambiati i tempi: molti immaginano che la politica alza il telefono e smuove milioni di euro. Non è così. Le cose si fanno con rispetto dei ruoli e delle leggi. Tuttavia, esiste già in città un modello virtuoso, che è quello della società di basket guidata da Nando Marino. Adesso che gli imprenditori brindisini vedranno che anche il calcio si sta risollevando, si avvicineranno». Qualcuno ha criticato la scelta di salvare una società piena di debiti e di non ripartire da una categoria inferiore ma senza zavorre del passato. Dopo una retrocessione e una promozione, si può parlare di scommessa vinta o con il senno di poi non rifarebbe quella scelta? «Tutelare la storia di una società è sempre importante. Aver salvato la squadra in questo modo ha fatto crescere ancora di più la reputazione della società, perché caricarsi una situazione complicata e continuare nel progetto anche dopo una retrocessione maturata per la pesante penalizzazione, significa proprio che ci credi. Tutto questo ha rafforzato la credibilità a tal punto che si sono avvicinati giocatori, soprattutto nel mercato di riparazione, che hanno scommesso su Brindisi e hanno consentito di disputare un campionato da imbattuti». A proposito di reputazione, da due anni non si sente parlare di sofferenze societarie e stipendi pagati in ritardo. Quasi un inedito per il calcio brindisino. Vuole lanciare un appello affinché il tessuto produttivo si stringa attorno a questo progetto? «Mi auguro che ci sia un coinvolgimento della città. Ai soci ho chiesto di guardare con grande attenzione al settore giovanile, creando una filiera e valorizzando una classe dirigente brindisina anche nel calcio. Sono certo che i risultati porteranno molta più gente allo stadio. Dopo una verifica con gli uffici comunali, spero che riusciremo a comprendere bene come intervenire sul terreno di gioco. Non si può continuare a investire sul campo in erba del Fanuzzi, perché è evidentemente una scelta sbagliata. Ho detto al sindaco che dobbiamo fare una valutazione di natura contabile per stabilire se ci conviene di più rifare il terreno in erba sintetica o continuare a spendere soldi per la manutenzione straordinaria di quello in erba naturale. Bisogna capire quanto costerebbe il sintetico e valutare il profilo contabile, nel senso che, avendo da poco effettuato i lavori per il nuovo manto erboso naturale, è necessario verificare che non si incorra in responsabilità e che l’intervento rispetti i crismi del buon padre di famiglia». Oltre ai soci brindisini, un ruolo di rilievo l’ha assunto Marco Dova, proprietario della Datamanagement Italia, società che fornisce servizi digitali alle pubbliche amministrazioni. Lei lo conosce bene, avendo lavorato al suo arrivo nel Brindisi. Ha un fondo di verità la voce che circola in città su un ulteriore passaggio di quote a Dova propedeutico all’arrivo di nuovi investitori, anche non brindisini? «Dova, come gli altri due soci, si è via via appassionato sempre più a questa avventura. È consapevole del fatto che più si va avanti, più la dotazione finanziaria è importante. Vuole portare un approccio manageriale, così da rendere strutturale la presenza del Brindisi in categorie migliori rispetto a quella dei dilettanti. So che stanno già iniziando a confrontarsi con i tecnici per capire come fare, anche proponendo partnership con investitori locali, nazionali e internazionali, che non è facile reperire. Il fatto di aver programmato la realizzazione di un nuovo stadio rende più attrattivo il prodotto». A che punto è la partnership con la Lazio? «Si è trattato di un esperimento, tra l’altro promosso da me, e si sapeva già che doveva durare un anno. Credo che si possa creare un buon settore giovanile anche senza attivare partnership del genere». Il futuro dello sport brindisino passa dalla Masseriola, con il nuovo stadio da 12.000 posti e la New Arena da 6.500. Due progetti già finanziati dal pubblico, che attendono di essere finalizzati dai privati. Rispetto alla realizzazione del campo sportivo, l’orizzonte è il 2029-2030. Per quella data si vede nel nuovo stadio ad assistere ai play-off promozione per la serie B? «Resto con i piedi per terra e lascio fare ai tecnici. Certo è che nello stadio nuovo mi vedo assolutamente; è sin da bambino che lo sogno. La settimana scorsa è stata approvata la delibera del Cipess con la quale vengono trasferiti i fondi al ministero degli Esteri nell’ambito dell’accordo di coesione. Il prossimo passo è la stipula della convenzione tra ministero degli Esteri (erogatore delle risorse), il Comune e Sport e Salute, ossia l’ente attuatore. C’è la possibilità anche di coinvolgere i privati attraverso una manifestazione d’interesse. Magari si riuscisse! Vedere realizzati in quell’area lo stadio e la New Arena rappresenterebbe un cerchio che si chiude. Sul palazzetto non sono scoraggiato, penso che si possa realizzare tutto. Ci vogliono fiducia e soprattutto determinazione. In questo momento Nando Marino sta passando un momento delicato con la sua società. Dobbiamo stargli accanto».